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gli occhi cupi. Il solo Athos, di tanto in tanto, rialzava la sua larga fronte, un lampo brillava nei suoi occhi, un sorriso amaro gli sfiorava le labbra, poi, come i suoi camerati, si abbandonava di nuovo alle sue fantasticherie. Non appena la scorta giungeva in qualche città e non appena il Re era stato condotto al suo alloggio, i quattro amici si ritiravano o nella propria camera o in qualche osteria fuori mano, dove non bevevano né giocavano, ma parlavano fra loro, sottovoce, dopo essersi bene accertati che nessuno li ascoltasse. Un giorno in cui il Re si era fermato sulla strada per cacciare la gazza e che i quattro amici, secondo la loro abitudine, erano entrati in una osteria lungo la strada maestra, un uomo che veniva da La Rochelle a briglia sciolta, si fermò alla porta per bere un bicchiere di vino, e dette un'occhiata nell'interno della camera dove sedevano i moschettieri. "Olà, signor d'Artagnan" disse "siete voi che vedo lì in fondo?" D'Artagnan alzò il capo e gettò un'esclamazione di gioia. Quell'uomo, ch'egli chiamava il suo fantasma, era lo sconosciuto di Meung, della via dei Fossoyeurs e di Arras. D'Artagnan snudò la spada e si slanciò verso la porta. Ma questa volta, invece di fuggire, lo sconosciuto scese da cavallo, e andò incontro a d'Artagnan. "Ah, signore" disse il giovanotto "vi raggiungo finalmente; questa volta non mi scapperete." "Non ne ho alcuna intenzione, signore, perché questa volta vi cercavo; in nome del Re io vi arresto e vi dico che dovete consegnarmi la spada, e ciò senza resistenza, signore; ne va della vostra testa, ve ne avverto." "Ma chi siete?" chiese d'Artagnan abbassando la spada senza però consegnarla. "Sono il cavaliere di Rochefort" rispose lo sconosciuto "lo scudiero di Monsignor Cardinale di Richelieu, ho l'ordine di condurvi da Sua Eminenza." "Torniamo tutti da Sua Eminenza, signor cavaliere" disse Athos facendo un passo avanti "e spero che voi accetterete la parola del signor d'Artagnan; egli si reca