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cos'è questa, signora?" "Niente" rispose ella sorridendo con quella espressione dolorosa che sapeva così bene imprimere al suo sorriso "la noia è la mortale nemica dei prigionieri; mi annoiavo e mi sono divertita a intrecciare questa corda." Felton alzò gli occhi al punto del muro davanti al quale aveva trovata Milady in piedi sulla poltrona su cui era seduta in quel momento, e al di sopra della testa scorse un gancio dorato infitto nel muro, per appendervi abiti o armi. Egli trasalì, e la prigioniera vide quel trasalimento, giacché, pur tenendo gli occhi bassi, non si lasciava sfuggire nulla. "Che cosa facevate in piedi su questa poltrona?" chiese. "Che ve ne importa?" rispose Milady. "Ma" riprese Felton "desidero saperlo." "Non interrogatemi" disse la prigioniera "sapete bene che a noi, veri cristiani, non è permesso mentire." "Ebbene, io" disse Felton "vi dirò ciò che facevate, o, meglio, ciò che stavate per fare; voi stavate per compiere l'atto fatale che maturate nello spirito; ma ricordate, signora, che se il nostro Dio ci proibisce la menzogna, ci proibisce anche e ben più severamente il suicidio." "Quando Dio vede una delle sue creature ingiustamente perseguitata, posta tra il suicidio e il disonore, credete pure, signore" rispose Milady con tono di profonda convinzione, "che Egli assolve il suicida perché in tal caso il suicida è un martire." "Voi dite o troppo o troppo poco; parlate, signora, in nome di Dio, e spiegatevi." "Come volete che vi racconti le mie disgrazie per vederle considerate come fole, che vi parli dei miei disegni perché andiate a rivelarli al mio persecutore! No, signore; d'altronde, che cosa può importarvi della vita o della morte di una povera condannata? Voi non dovete rispondere che del mio corpo, non è vero? E purché facciate vedere un cadavere che si riconosca essere il mio, nessuno vi chiederà di più e fors'anche avrete una doppia ricompensa." "Io, signora!" esclamò Felton "voi supponete che io possa