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inevitabile, non si adattava a morire con rassegnazione come un altro meno coraggioso di lui avrebbe fatto nei suoi panni. Egli rifletté sul diverso temperamento di coloro coi quali doveva battersi e cominciò a vedere più chiaro nella sua situazione. Sperava, grazie alle scuse leali che gli riserbava, di farsi di Athos un amico, poiché l'aria austera e da gran signore del moschettiere destava la sua ammirazione Egli si lusingava di far paura a Porthos con la storia della bandoliera che, se non fosse stato ucciso sul colpo, avrebbe potuto raccontare a tutti il che, se egli avesse saputo trarre abilmente dal racconto il dovuto effetto, avrebbe coperto Porthos di ridicolo; infine, per quanto riguardava quel sornione di Aramis, egli non ne aveva gran che paura e, supponendo che fosse arrivato fino a lui, si faceva forte di spacciarlo in quattro e quattro otto, o quanto meno, colpendolo al viso, come Cesare aveva raccomandato ai suoi soldati di fare con Pompeo, di rovinare per sempre quella bellezza della quale era tanto orgoglioso. Inoltre c'era in d'Artagnan quel fondo incrollabile di risolutezza che avevano deposto nel suo cuore i consigli di suo padre, consigli la cui sostanza era: "Non sopportare mortificazioni se non dal Re, dal Cardinale e dal signor di Tréville". Egli dunque volò, più che non camminasse, verso il convento dei Carmelitani scalzati, o piuttosto "scalzi" come si diceva a quell'epoca, una specie di fabbricato senza finestre, circondato da prati risecchiti, succursale del Pré-aux-Clerc, e che usualmente serviva agli scontri fra le persone che non avevano tempo da perdere. Allorché d'Artagnan arrivò in vista del prato che si stendeva ai piedi del monastero, Athos attendeva da cinque minuti appena e mezzogiorno suonava in quel punto. Era dunque puntuale come la Samaritana e il più scrupoloso casista in materia di duelli non avrebbe avuto nulla da ridire. Athos che soffriva sempre per la sua ferita, benché questa fosse stata