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che passava nella mente del giovanotto, e sospirò. "Voi amate dunque molto la mia padrona, signor cavaliere?" domandò. "Più di quanto possa dire! Ne sono pazzo!" Ketty sospirò ancora. "Ahimè, signore" disse "è un vero peccato." "Che diavolo ci vedi di male?" domandò d'Artagnan. "Gli è che, signore" riprese Ketty "la mia padrona non vi ama minimamente." "Ah!" fece d'Artagnan. "Ti ha forse incaricato di dirmelo?" "Oh, no, signore: sono io che, mossa dall'interesse che vi porto, ho preso la risoluzione di avvertirvi." "Grazie, mia buona Ketty, ma dell'intenzione solamente, perché la tua confidenza, ne converrai, non può essermi gradita." "Vale a dire che voi non credete forse a quanto vi dico?" "Si fa sempre una certa fatica a credere a questo genere di cose, non foss'altro che per amor proprio." "Dunque non mi credete?" "Confesso che finché non ti degnerai di darmi qualche prova di quanto affermi…" "Che cosa dite di questo?" Ketty levò dal seno un bigliettino. "Per me?" chiese d'Artagnan impadronendosene subito. "No, è per un altro." "Per un altro?" "Sì." "Il suo nome! Il suo nome!" esclamò d'Artagnan. "Leggete l'indirizzo." "Il signor conte di Wardes!" Il ricordo della scena di Saint-Germain si presentò immediatamente al pensiero del presuntuoso Guascone che, con mossa rapida come un lampo, strappò la busta senza preoccuparsi del grido di Ketty spaventata di quanto egli faceva. "Dio mio!" esclamò. "Che avete fatto, signor cavaliere?" "Io? nulla" disse d'Artagnan e lesse. "Non avete risposto al mio primo biglietto; siete dunque malato o avete dimenticato con che occhi mi guardavate al ballo del conte di Guisa? Eccovi l'occasione, conte! Non lasciatevela sfuggire!" D'Artagnan impallidì; il suo amor proprio ferito gli faceva credere di soffrire per amore. "Povero caro signor d'Artagnan!" disse Ketty con una voce piena di compassione stringendogli nuovamente le mani. "Tu mi compiangi, buona creatura!" disse d'Artagnan. "Oh, sì! con tutto