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conversazione con Anna d'Austria, di avere da lei qualche lume in proposito, e di poter tornare poi da Sua Eminenza con un segreto qualsiasi che, noto o ignoto a quest'ultimo, lo avrebbe in ogni modo rialzato infinitamente ai suoi occhi. Andò dunque a trovare la Regina e, secondo il solito, cominciò col minacciare coloro che le stavano d'intorno. Anna d'Austria abbassò la testa, lasciò scorrere il torrente senza rispondere, nella speranza che alla fine si arrestasse; ma non era questo che desiderava Luigi Tredicesimo; egli voleva una discussione dalla quale scaturisse una luce qualsiasi, giacché era convinto che il Cardinale avesse qualche intenzione recondita e gli preparasse una di quelle sorprese terribili di cui egli solo aveva il segreto. Ed egli giunse allo scopo persistendo nelle accuse. "Ma" gridò infine Anna d'Austria, stanca di quegli attacchi vaghi "ma, Sire, voi non mi dite tutto quanto avete in cuore! Che ho fatto? Vediamo un po', quale delitto ho commesso? E' impossibile che Vostra Maestà faccia tanto rumore solo per una lettera scritta a mio fratello." Il Re, attaccato a sua volta in modo così diretto, non seppe che rispondere; pensò che ormai era giunto il momento di collocare la raccomandazione che avrebbe dovuto fare soltanto alla vigilia della festa e disse con maestà: "Signora, ci sarà ben presto un gran ballo al Palazzo di città; io voglio che, per onorare i nostri bravi scabini, voi vi interveniate in abito da cerimonia e, soprattutto, adorna dei fermagli di diamanti che vi regalai per la vostra festa. Ecco la mia risposta." La risposta era terribile. Anna d'Austria credette che Luigi Tredicesimo fosse al corrente di tutto e che il Cardinale avesse ottenuta da lui quella lunga dissimulazione di sette o otto giorni, ch'era d'altronde nel suo carattere. Essa divenne spaventosamente pallida, appoggiò su un mobile la sua mano mirabilmente bella, che in quel momento sembrava una mano di cera, e, guardando il Re